rassegna stampa

Sandro Luporini tra Gaber e la pittura
IL SIGNOR L, ALTER EGO “FUORI STAGIONE” DEL SIGNOR G

È stato il Signor L, l’alter ego del Signor G. Ma è anche un pittore importante sul tragitto Viareggio-Milano, andata e ritorno. Sandro Luporini (Viareggio, 1930) è conosciuto come paroliere e sodale dell’esperienza teatrale di Giorgio Gaber. Ha accompagnato tutta l’avventura del Teatro-canzone, dall’ironia bonaria all’aspro sarcasmo e smarrimento, fino alla lucida anatomia d’una sconfitta (“La mia generazione ha perso”). E il “Grigio” incarnato da Gaber è stato anche l’abitante della sua pittura, nel trasloco dalla vita quotidiana alla solitudine irretita da un’assurda impotenza, da un’ambigua condanna esistenziale, senza che mai una sentenza sia stata pronunciata.
La sua pittura, dal realismo esistenziale alla metafìsica del quotidiano, è la vicenda d’un pittore che muove da una Versilia rarefatta e si scontra a Roma e Milano con la crudezza della vita urbana, «con gli aspetti – come dissero nel 1956 nel manifesto dei realisti esistenziali Giuseppe Guerreschi, Mino Ceretti e Bepi Romagnoni presentando i propri lavori al Cavallino di Venezia – umiliati o drammatici dell’esistenza che ci commuovono o ci urtano», aderendo a quella nuova consapevolezza aspra, amara e inquieta, anche lacerata, che reinventava il realismo sociale con un approccio irritato e umano, irridente e tragico, sarcastico e pietoso.
Dipingeva su cementite, a dare il senso di rovistare e graffiare sul muro grezzo della vita. Anch’egli – come altri realisti esistenziali come Banchieri o Ferroni di cui a Villa Glisenti sono visibili alcuni lavori – reagiva col disagio, ma anche col mordente morale. Ma soprattutto, esprimeva il bisogno di una pittura che avesse implicazione diretta nel vivere. Anche nella brutalità del reale. Tentò ancora il racconto civile, testimone dei drammi e delle contraddizioni politiche e sociali del tempo, specie della condizione urbana alienata, reinventando con una nuova consapevolezza aspra, amara e inquieta, anche lacerata, il realismo sociale ed il neorealismo.
Opere-scacco d’una condizione umana già vissuta ai margini dell’esistenza, su quel confine d’una periferia né città né campagna, luogo senza identità, e poi dalla tana-studio, dalla cornice della finestra come figura dell’impossibilità di mettere le mani addosso al visibile, se non in una manciata di polvere, nelle cose dimesse delegate a rapprendere su di sé, nella rivelazione della luce, la trama muta e impenetrabile dell’esistenza. Il tema intemo-esterno che scandiva l’ossessione di annettere il tempo dell’io, dell’emozione e del vissuto interiore, nello spazio della visione del reale. Evocava molto teatro da camera e dell’assurdo del ’900, tra intimità domestica e sospensione metafisica. E guardava alla letteratura e al cinema, tra nouveau roman di Butor, Duras e Robbe-Grillet ed école du regard cinematografica di Resnais, di Bergman, di Antonioni, cioè agli autori della crisi, del procedere frammentario, del tempo interiore.
Poi, negli Anni ’70, il ritorno in Versilia (dove si sarebbe incrociato con gli artisti della Metacosa, fra i quali il bresciano Giorgio Tonelli – di cui ci sono alcuni lavori in mostra – in una sottile, poetica alterità del quotidiano, e in certo spirito di consorteria di bastian contrari ), prima in un surrealismo grottesco e accorato, tra luna-park, pesci e gabbiani, poi in spiagge che raccontano il vuoto, l’inanità, gli intervalli della vita, in concentrata, introversa tensione. Le spiagge semideserte, le quinte d’ombrelloni chiusi, gli scorci dalla finestra, che accolgono la risacca della storia e della vita e l’illusione beffarda di chiaroveggenza evocano De Chirico e l’assurdo alla Magritte, la mistura di tensione metafisica e di cose visibili, di figure spaesate – nude o incappottate – custodi in riti banali eppur misteriosi di un ordine ironico e sibillino del vuoto, dell’attesa.
La vita, per dirla alla Montale, vissuta al cinque per cento, in quella stagnazione delle marine in una luminosità sabbiosa, o nell’evocazione d’una vecchia foto ormai trascolorante come un fremito tenue, degradato, di un’antica numinosità panica, gli omini minuscoli come larve nell’accendersi e svanire dei colori, o i nudi allo specchio già fantasmi della visione. Una Versilia fuori stagione, ha detto Luporini, così come la vita pare sempre fuori stagione. Lavora su uno spazio ambiguo e slittante, di false apparenze e falsi percorsi, di aspettativa degli eventi, di sospetto di una contiguità con un altrove pronto a risucchiare ed a stravolgere la normalità quotidiana.
La sua grande seduzione è proprio nello scarto di luoghi e persone – colti in spiaggia o in interni/esterni domestici -, dalle ragioni e definizioni rassicuranti della consuetudine. Esterni, soprattutto spiagge, in una luce soffocata, di gamma bassa nel grigio-cenerino che invischia e ottunde, e interni in patine altrettanto grigiastro-cilestrine, talora violacee. Come stanze postfreudiane dense di mai compiuti riti di passaggio: concentrano non i racconti, ma le partiture e le attese dell’esistenza. La luce è filmica, talora cagliata in una resistenza ostinata, finché i luoghi consueti, le presenze e gli oggetti delle frequentazioni quotidiane, si dissolvono in un presagio di addio, e nel senso costante della non appartenenza, nell’insinuarsi dello sguardo del “far finta di essere L”, perenne intruso.

Fausto Lorenzi


A Dozza un’ampia selezione dei dipinti realizzati nei primi anni Settanta
Renzo Vespignani “Tra due guerre – Una storia per immagini da Sarajevo a Norimberga”

La mostra è curata da Eugenio Riccòmini e Marilena Pasquali

IL POTERE militare e la guerra possono avere un lato affascinante che prende la forma di un elegante impermeabile alla moda, di marsine e gagliardetti, di eroi fantastici dalle fattezze di adoni, di simboli antichi che rimandano agli antichi romani. Un fascino che maschera a stento il senso di orrore e di tragedia. Eppure ci si può interrogare perché questi stereotipi si sono imposti in certi mo-menti storici. Lo ha fatto anche, con i suoi dipinti, Renzo Vespignani, artista romano scomparso nel 2001, protagonista della mostra «Tra due guerre» che si inaugura domani alle 11.30 alla Rocca Sforzesca di Dozza, con la cura di Eugenio Riccomini e Marilena Pasquali, presidente e direttrice artistica della Fondazione Dozza Città d’Arte, che così celebra i 60 anni della Costituzione e della Repubblica. La mostra riunisce una quarantina di tele (tra gli ottanta lavori che compongono l’intero ciclo) dipinte da Vespignani tra il 1972 e il 1975; «una storia per immagini da Sarajevo a Norimberga, riflessione sul fascismo e sulla cultura delle masse piccolo borghesi», come annotava lo stesso artista. Infatti i quadri compongono un grande affresco, per frammenti e non finiti, sulla cultura italiana tra gli anni Venti e Quaranta: i simboli militari, le statue marmoree del Ventennio, i monumenti, ma anche i corpi straziati dei caduti sui campi di combattimento, gli orrori della guerra, il sangue, la morte e il dolore che emergono dietro agli squilli della propaganda.
«Vespignani si è chiuso nel suo studio per tre anni per cercare di capire qual era il volto dell’Italia che il regime fascista voleva rendere nuova – spiega Riccòmini. La borghesia costruisce un’immagine fatta di eroi legionari romani, con le piume sugli elmi luccicanti mentre la plebe moriva sotto i colpi delle mitragliette sul Piave. L’artista ha guardato queste immagini, queste facce della borghesia deformata da un’ideologia che le rendeva estranee al proprio ruolo e alla propria identità».
Sono i primi anni Settanta quando Vespignani si rinchiude nello studio per realizzare questi dipinti. Il momento delle grandi rivoluzioni artistiche, delle performance, delle sperimentazioni, della nascita di musei come il Centro Pompidou di Parigi. E della pittura «politica» come quella di Guttuso. Ma Vespignani non sta né da una parte né dall’altra, e continua a proporre la sua personale pittura. «È un artista straordinario – commenta ancora Riccòmini – erede della più alta tradizione pittorica italiana, di grande perizia».
«La mostra era già stata presentata nel 1975 da Franco Solmi, neodirettore della Gam – aggiunge Pasquali. Con la convinzione di delineare una terza via tra sperimentazioni e politica, individuando quei pittori impegnati socialmente ma con una poetica incentrata tutta sull’uomo». La mostra fu poi comprata interamente dal collezionista modenese Franco Fabbi che l’ha lasciata agli eredi. Al pubblico, che la può visitare fino al 30 luglio (mar-sab 10-12.30 e 15-18.30, domenica e festivi 10-13 e 15-19.30) viene proposta grazie all’interessamento dell’associazione Adac di Modena.

Paola Naldi (da La Repubblica, sabato 10 giugno 2006)


Per una mostra di Gino Covili sono stati spesi 600.000 euro.
Con la stessa cifra si poteva comprare l’intero ciclo (80 opere) di Renzo Vespignani “Tra due guerre”.

Col miliardo e più, di soldi nostri, che spendono per far vedere i quadri del naif Gino Covili, si comprava la collezione modenese di 80 quadri del ciclo “Tra due Guerre” di Renzo Vespignani. Vespignani è stato uno dei più importanti pittori del’900. Le sue opere si trovano nei Musei e nelle grandi collezioni in Italia e nel mondo. Invitato, a differenza di Covili, alle biennali, triennali, quadriennali più prestigiose d’Europa. Il suo valore di mercato è riscontrabile in tutte le più note Case d’Asta: Christiès (Roma), Sotheby’s (Milano-Roma-Torino); Dorotheum (Milano), Farsetti Aste (Prato-Milano), Finarte-Semenzato (Milano-Venezia-Roma-Firenze-Napoli). Nessuna di queste ha mai battuto un quadro di Covili: allorché offerto, anche pochi giorni orsono, è stato rifiutato per iscritto. L’ex vicesindaco Baldo Fiori ha dichiarato che l’assessore Lugli vuole un Osservatorio per conoscere l’offerta culturale cittadina. L’Osservatorio non serve, basterebbe un assessore alla Cultura. I proprietari della grande collezione di Vespignani “Tra due Guerre” sono modenesi. Così come è modenese l’Adac che ne ha curato l’esposizione che sarà inaugurata con una conferenza di Philippe Daverio il 25 aprile al Palazzo Ducale di Massa (Carrara). È una mostra della quale Modena si è sempre, colpevolmente, disinteressata. È stata esposta a Varsavia, Berlino, in molte altre capitali europee e in Israele.
Due anni fa, sempre a cura dall’Adac, è stata allestita a Roma al Vittoriano e inaugurata il 24 marzo, in occasione del ’60 anniversario dell’eccidio alle Fosse Ardeatine. Fu realizzata per volontà del sindaco Walter Veltroni e dell’assessore Gianni Borgna. Non posseggo un solo quadro di Vespignani. Quindi posso fare osservare senza timore che, con quanto preventivato per l’esposizione di Covili, si potevano comprare gli 80 quadri di grandi dimensioni dell’eccezionale ciclo pittorico di Vespignani e farne un patrimonio pubblico. Avremmo avuto un valore economico, artistico, culturale e morale. L’assessore Lugli e il sindaco Pighi potranno espiare accettando l’invito a visitarla. Il costo sostenuto dalla Provincia di Massa-Carrara per allestire la mostra “Tra due guerre” è 15-16 volte inferiore a quello che il Comune di Modena e la Fondazione hanno stanziato per far vedere i quadri di Covili, e 25 volte meno, se si considera l’impegno economico della dozzina di sponsor (vicini alla famiglia comunale, o comunque non in grado di rifiutare un favore chiesto a nome del capofamiglia), elencati da Michele Fuoco nella Gazzetta. Si dice che verseranno alla Covili Arte, sempre della famiglia Covili, circa 250.000 euro, che, aggiunti a quelli del Comune di Modena e Fondazione, fanno un totale di 660.000 (quasi 1.300 milioni di lire). Siamo di fronte a una cifra inspiegabile se rapportata alle voci di spesa da loro indicate. Non pare proprio di vivere, come dicevano Fassino e Diliberto, in un paese portato da Berlusconi in bancarotta e alla fame. Il sindaco Pighi e il presidente Landi sapevano che c’era una lunga fila di sponsor e che avrebbero potuto fare a meno di stanziare quasi un miliardo di soldi pubblici? Massa non spende 25 volte meno perché non fa nulla. Fa circa le stesse cose: catalogo (1.000 copie cartonate, 240 pagine), inviti, manifesti, trasporto, assicurazione, presentazione (Philippe Daverio), testi, imballi, visite scolastiche, ufficio stampa, Internet, luci, allestimento; insomma tutto. Poi un conto è spendere 100 per far vedere opere che valgono 1.000, altro è l’inverso. Prometto al sindaco e al presidente della Fondazione, una consulenza sui costi: pubblica e gratuita. Vespignani dipinse il ciclo “Tra due Guerre” tra il 1972 e il 1975. A Massa l’inaugurazione avviene a sessant’anni dalla proclamazione della Repubblica e del voto alle donne. Verrà illustrata alle scolaresche ad ingresso gratuito, non perché non valga i 3 euro che a Modena verranno fatti pagare, cosa assurda, agli studenti (e poi donati alla società che già ha incassato un miliardo di soldi pubblici) per la mostra di Covili, ma perché rappresenta un momento di formazione e presa di coscienza dei drammatici avvenimenti del primo ’900. Nei quadri di questo ciclo emergono le sofferenze degli oppressi e l’arroganza di carnefici, che, stravolgendo l’idea di patria in delirante supremazia razziale, hanno scatenato una inimmaginabile violenza di massa, In questa mostra vengono rappresentati gli aspetti morali e sociali di un mondo che è stato ingiusto e dissoluto prima di diventare violento e distruttivo. Se un compito della cultura è quello di educare alla convivenza e allo spirito critico, abbiamo tutti il dovere di denunciare gli orrori prodotti dalle guerre. Non possiamo non vedere che nelle più diverse parti del mondo l’inizio del nuovo millennio è ancora intriso di sopraffazioni e ingiustizie. Ma sopraffazioni e ingiustizie quando avvengono nella cultura sono meno gravi, apparentemente!

Adriano Primo Baldi (da La Gazzetta di Modena, martedì 18 aprile 2006)